Viggiani Giacomo | The Epistemology of the Closet

Abstract

Chiunque abbia una minima conoscenza del movimento omosessuale, sa che nel Giugno del 1969, un gruppo di gay e lesbiche si ribellò ai soprusi che la polizia effettuava regolarmente nel locale newyorkese “Stonewall Inn”. Si sarebbe portati a pensare che, da quel momento in poi, sia iniziato un processo di svelamento del closet. In realtà, in alcuni casi è addirittura avvenuto il contrario. Quando infatti si sceglie di non dire niente alla nuova classe di compagni, al nuovo capo-ufficio, ai colleghi, al dottore si dà vita a nuove tipologie di closet. Ogni gay deve infatti quotidianamente essere e non essere omosessuale a seconda dei contesti e domandarsi se le persone con cui interagisce in realtà già sanno oppure no. Questo meccanismo vieni definito da Sedgwick Epistemology of the Closet (1990). Questo non significa che il closet sia pertinente soltanto a gay o lesbiche. È però altrettanto vero che il closet è forse la componente più importante e più diffusa della vita sociale di un omosessuale. Ma l’omosessualità è paradigmatica del meccanismo del closet anche per altri motivi. A differenza del razzismo, per esempio, non si basa su un segno visibile a tutti. Detto in altri termini, un afro-americano difficilmente potrà nascondere di esserlo.
Sia l’efficacia che la vulnerabilità di questo meccanismo, dipendono dal modo in cui è disciplinato il desiderio omosessuale in quanto open secret. Se infatti la “volontà di sapere” diventa, nell’era post-freudiana concettualizzata da Foucault, “volontà di sapere sulla e intorno la sessualità”, ecco che il segreto dei segreti è l’open secret dell’omosessualità. Chi osa nominare lo open secret riceve reazioni di rabbia o di fobia. e questo perché “il segreto che tutti condividono e nessuno comunica è posto, nella sua quasi universalità, come radice virtuale (se non reale) di quasi tutti i mali possibili” (Foucault, Les anormaux, 1974-1975). Se vogliamo contestualizzare questa concezione, possiamo fare riferimento alla pratica americana del don’t ask, don’t tell, su cui si dilunga anche Butler in Excitable Speech (1997). Il don’t ask, don’t tell è la procedura usata dal Dipartimento di Difesa statunitense nei confronti degli omosessuali nell’esercito: io non chiedo e tu non dici. La necessità di tenere nascosto l’orientamento sessuale poggia sull’assunto austiniano che l’affermazione “sono omosessuale” non è meramente descrittiva, bensì ha una forza performativa. I soldati sono considerati permeabili da una parola vista come contagiosa: “l’affermazione non è soltanto una esplicazione di un desiderio ma è essa stessa impregnata del potere contagioso della parola magica, per cui sentire l’affermazione significa “contrarre” la sessualità a cui si riferisce”(Foucault, Les anormaux, 1974-1975) e dare vita a una vera e propria epidemia. Analoghe considerazioni vengono fatte anche da Freud in Totem e Tabù, dove il famoso psicoanalista sostiene che “colui che infrange il tabù, diventa esso stesso tabù, perché possiede la pericolosa qualità di tentare gli altri a seguire il suo esempio” (Freud, Totem und Tabu, 1913).
Questo meccanismo performativo che consiste nel non dire anziché nel dire, nel tacere anziché nell’affermare, strumentale alla cultura egemonica per mantenere un certo ordine, va oltre il pensiero di Foucault, per il quale determinate azioni vengono sì represse da un potere disciplinatorio, ma non negate nella loro esistenza.
Un esempio più concreto di questo concetto lo troviamo nella stessa legislazione italiana, caratterizzata non dalla repressione dell’omosessualità, bensì dalla sua negazione. Non c’è infatti attualmente nessun provvedimento volto a punire offese verbali basate sull’orientamento sessuale, poiché la legge Mancino dl 25 giugno 1993 n. 205 (Decreto-legge del 26 aprile 1993, n. 122,  "Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa") non lo prevede. Per quanto riguarda la violenza fisica, anche qui manca l’aggravante per omofobia. Nel 2008, il nuovo ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna ha affermato che gli omosessuali in Italia non sono più discriminati, nonostante alcune ricerche abbiano mostrato come fra il 1990 e il 2001 siano avvenuti più di 100 omicidi a sfondo omofobico. Di conseguenza, non stupisce che la quasi totalità degli omosessuali veda come pericoloso rivelare il proprio orientamento sessuale, contribuendo però così a rafforzare la “closetedness” che gli aleggia intorno.